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Capitozzature e tagli estremi: quando le potature vanno “un tanto al chilo”

Con “capitozzatura” si intende il taglio indiscriminato del fusto, delle branche primarie o di grossi rami, comunemente effettuato per contenere le dimensioni degli alberi. Si pratica da decenni e, pur rappresentando un intervento più adatto a casi estremi che alla norma, è finito per essere considerato un modello di potatura valido per qualsiasi essenza. Escludendo i casi estremi, i motivi per cui se ne abusa – soprattutto nella gestione del verde pubblico – sono presto detti: risparmio di tempo e possibilità di impiegare personale non specializzato.

Immaginiamo, ad esempio, di dire a un cameriere di sparecchiare una sala da 300 coperti e di pagarlo un importo fisso per ogni tavolo. Essendo incentivato a farlo nel minor tempo possibile, potrebbe decidere di togliere la tovaglia con tutte le stoviglie ancora in posizione, fare fagotto e portarle in cucina. Qualche bicchiere sarà da buttare, qualche piatto risulterà scheggiato, qualcuno dovrà fare il doppio della fatica per dividere posate da piatti, bicchieri e tovaglioli. La capitozzatura in alcuni casi equivale al cameriere frettoloso: fa risparmiare tempo a qualcuno obbligando qualcun altro a fare il quadruplo della fatica, con risultati a volte disastrosi. Quel “qualcuno”, in realtà è l’albero, che dovrà mettercela tutta per riuscire a sopravvivere all’intervento. Vedremo poi perché.

Una buona potatura è quella che quasi non si nota.

Questa abitudine visiva al taglio estremo ha convinto molti privati che il denaro è ben speso solo quando gli alberi sono ridotti a dei tristi moncherini. “Perché così siamo a posto per qualche anno” potrebbero pensare. Sbagliato, come ora vedremo.

Come far morire di fame un albero

Gli alberi sono organismi molto complessi dal punto di vista delle relazioni con l’ambiente circostante per un semplice motivo: sono in grado di auto-alimentarsi. Mentre noi riceviamo apporto energetico dal cibo, i vegetali tramite la fotosintesi clorofilliana sono in grado di produrre autonomamente le riserve nutritive di cui hanno bisogno: gli basta sole, acqua e poco altro. Insomma, un po’ come se noi potessimo ottenere le calorie di un piatto di pasta bevendo un bicchiere d’acqua stando sdraiati sulla spiaggia.

Alcuni possono erroneamente credere che le piante si nutrano d’acqua: non è così. Le piante utilizzano l’acqua nei loro processi biochimici, al termine dei quali riescono a produrre in autonomia il glucosio. Una pianta che non può compiere la fotosintesi clorofilliana è destinata a morte certa anche se continua ad avere apporto idrico. Una pianta irrigata può sopravvivere al buio solo fino a quando le riserve energetiche immagazzinate nelle radici e nel fusto non saranno esaurite.

Nel corso di milioni di anni, gli alberi si sono evoluti per sfruttare al meglio le caratteristiche del loro habitat (come non citare ad esempio il comportamento dei viticci del glicine giapponese di cui avevamo parlato nel post http://www.njnye.it/giardinaggio/glicine-storia-e-coltivazione-di-un-rampicante-ricco-di-fascino/). L’uomo però nell’arco di pochi secoli ha letteralmente stravolto i loro duraturi equilibri, portando le piante al di fuori dell’habitat per cui si erano specializzate nel corso della loro evoluzione e intervenendo sulla loro struttura, ad esempio operando la capitozzatura.

Ogni albero ha infatti un suo specifico portamento e una struttura rameale ben definita che, oltre a essere determinata del codice genetico di ciascun individuo, è soggetta a variazioni sulla base di continui adattamenti all’ambiente (lo possiamo vedere ad esempio in caso di “stortature” volte a ricercare la luce). La chioma in particolare è indispensabile non solo nel processo di fotosintesi clorofilliana, ma anche per ombreggiare le radici ed evitare colpi di calore.

Si suggerisce di limitare i tagli solo ai rami secchi con un alleggerimento della chioma al massimo del 25%.

I rischi della capitozzatura

Nel momento in cui ci viene suggerito o si opta di propria libera scelta per un intervento di capitozzatura, è bene conoscere i rischi a cui sono sottoposte le piante coinvolte. Li elenchiamo per punti:

  1. Ricrescita scomposta. Abbiamo ampiamente spiegato che la pianta necessita della chioma per sopravvivere. Eliminandola in modo radicale, peggio ancora se nel periodo vegetativo, l’albero darà fondo a tutte le riserve energetiche accumulate nel tronco e nelle radici per ricacciare foglie da ogni possibile gemma, incluse quelle avventizie presenti sul tronco o sui monconi. Questo meccanismo difensivo e di emergenza, oltre a stressare la pianta, porterà allo sviluppo di rami che in condizioni normali non dovrebbero esistere. Oltre a essere disordinati e scomposti, i rami così ottenuti sono anche a più elevato rischio caduta perché mal inseriti. Bisogna quindi essere ben consapevoli del fatto che un albero ad alto fusto sottoposto a capitozzatura in zone particolarmente ventose potrebbe rappresentare un rischio per persone o abitazioni;
  2. Ferite aperte. Molti giardinauti sanno quali possono essere i rischi legati ai tagli non cicatrizzati e infatti utilizzano il mastice a protezione di interventi anche di pochi centimetri di diametro. Cosa dire quindi di superfici estese per oltre mezzo metro lasciate prive di trattamento? I tagli superiori ai 10 centimetri richiedono molto tempo per rimarginarsi e sono facili prede di funghi, batteri e insetti xilofagi. Si può arrivare alla formazione di cavità che, ancora una volta, mettono a rischio la stabilità dell’albero;
  3. Morte per fame. Aggiungiamo, rispetto al punto sopra indicato, che la morte degli alberi capitozzati è spesso causata da riserve energetiche insufficienti a far “ripartire i processi metabolici”. Ne consegue inoltre che un’ulteriore capitozzatura effettuata prima che la pianta abbia ripristinato adeguate riserve è una condanna a morte quasi certa. Nella foto in apertura, due alberi sottoposti a capitozzatura morti nei mesi successivi all’intervento;
  4. Effetti indiretti sull’ambiente. Il proprietario di un appartamento del primo piano chiede che un albero del giardino condominiale sia tagliato perché limita la visuale. Il condominio approva l’abbattimento. L’estate successiva il richiedente si trova costretto a riparare l’aria condizionata che non usavano da anni. Per sua stessa ammissione, fu un grosso errore. Spesso ci si sofferma sugli effetti negativi della presenza degli alberi (le foglie cadute, le radici che sollevano l’asfalto…) e si pensa a soluzioni facili per risolverli (eliminando il problema alla fonte, o meglio – potremmo dire alla radice). Ma gli alberi producono ombra, tramite la traspirazione rendono l’aria più fresca, liberano ossigeno, catturano inquinanti e pulviscolo, rappresentano fonte di riparo e nutrimento per volatili e altri animali, etc.
    Un filare di alberi capitozzati può di colpo rendere più ventosa un’area. Può togliere ombra a coltivazioni che grazie a quell’ombra prosperavano. Può eliminare nidi di uccelli migratori ormai rari nel nostro Paese. Insomma, prima di autorizzare un taglio radicale nel proprio giardino, meglio ricordarsi anche di questo punto.

L’albero giusto al posto giusto

Le capitozzature sarebbero un ricordo del passato se ci fosse più cultura del verde, anche nella scelta degli alberi per il proprio giardino. Si potrà anche adorare la Magnolia grandiflora, ma ha senso piantare un albero che raggiunge quasi i 30 metri d’altezza a ridosso della propria abitazione per poi ridurlo a una matita temperata una volta adulto per timore di cadute e mancanza di spazio? Scegliendo la pianta giusta sulla base delle caratteristiche del luogo in cui andrà piantata, si avranno più soddisfazioni e di certo si risparmieranno soldi in manutenzione.

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