Bricolage Riflessioni generali 

Kintsugi: così in Giappone un vaso rotto diventa arte

Il kintsugi (金継ぎ) è l’arte giapponese della riparazione preziosa delle ceramiche infrante. Una caratteristica distintiva è quella di non cercare di nascondere il danno, ma anzi esaltarlo e renderlo un pregio, tramite l’utilizzo di lacche arricchite di polvere d’oro, argento o bronzo. Il termine kintsugi significa letteralmente “riparare con l’oro”: è composto infatti dalle parole kin = oro e tsugi = riparazione. L’oggetto così riparato aumenta il suo valore, in tutti i sensi: materiale – per via dei metalli di cui è stato arricchito – e artistico – per la riparazione subita che lo ha reso un pezzo unico.

L’origine del kintsugi

Si racconta che l’origine del kintsugi risalga al periodo Muromachi , quando l’allora Shogun Ashikaga Yoshimitsu (1358-1408) ruppe accidentalmente la tua tazza di thé preferita. Fu spedita in Cina per la riparazione, ma il risultato non fu quello atteso: era infatti stata sistemata unendo i pezzi con graffette di metallo. Si era scelta la stessa tecnica che ancora oggi si utilizza per riunire i pezzi di vecchi vasi di coccio: efficace ma decisamente poco nobile. Lo shogun si aspettava ben altro trattamento, soprattutto per la sua tazza preferita. Diede mandato ai suoi artigiani di trovare una soluzione, e questi optarono per un metodo che non nascondeva i danni, ma anzi li esaltava. In linea con la filosofia zen, lanciarono una nuova forma artistica che puntava a una riconciliazione con gli incidenti e le difficoltà della vita, dedicando tempo e cura alle ferite, trasformando le crepe e le fessurazioni in elementi resistenti e bellissimi.

La tecnica e i materiali

La tecnica è complessa e – come si noterà dal video – richiede manualità e pazienza. Per riunire i pezzi si utilizza l’urushi, una lacca estremamente pregiata e prodotta solo in Giappone. Si ottiene dalla linfa del Toxicodendron vernicifluum, albero deciduo da cui si riesce a estrarre in media nel corso della sua vita un quantitativo sufficiente a produrre solo circa 200 grammi di urushi (da cui si può intuire il valore commerciale di questo prodotto).
Nel video a seguire si può vedere utilizzato l’urushi (di colore nero perché miscelato a polvere di ferro) e la polvere d’oro ad impreziosire la ricostruzione.

Si noterà come l’urushi sia stato bilanciato alla perfezione per non farlo sbordare dalle fessurazioni. Ma riparare un vaso con questa tecnica è tutt’altro che semplice. In questo video è possibile vedere il risultato di una riparazione meno tradizionale:

Wabi-sabi

Ho scoperto questo termine in uno dei contesti meno filosofici e zen possibili. Ero a una riunione di pianificazione, si parlava di sviluppo software agile e venne buttato sul tavolo come si può calare un due di coppe con la briscola a bastoni. Me lo appuntai pensando fosse un termine uscito dal Toyota Production System e invece non poteva c’entrare meno. Per fortuna, perché il suo significato fu ben più prezioso per me, almeno dal punto di vista umano. Wabi-sabi è una visione del mondo basata sull’accoglimento della transitorietà delle cose e sull’accettazione dell’imperfezione. Per chi è cresciuto con l’idea che ciò che non è duraturo non conta e che si deve sempre ambire alla perfezione, questo approccio alla vita aiuta ad apprezzare maggiormente il presente, senza farsi macerare dall’ansia per i continui cambiamenti di ciò che ci circonda. E di noi stessi.

Nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto.

Un concetto antitetico alla cultura Occidentale basata sull’idea dell’immortalità, della sostanziale permanenza dell’essere, col mito greco della bellezza perfetta e dei canoni estetici invariabili nel tempo (non a caso la sezione aurea viene definita “proporzione divina”). E della perfezione declinata nell’impossibilità di sbagliare. Il Wabi-sabi è come un giardino zen: all’inizio fatichiamo a capirlo, sembra privo di senso, desolato, ma quando improvvisamente lo si riesce a comprendere diventa rasserenante e aiuta a riconciliarsi col mondo.

Ecco, il Kintsugi per me non è altro che la versione “bricoleur” del wabi-sabi. Riconcilia con la realtà, fatta di piccoli contrattempi, imperfezioni, fratture ed errori. Ci insegna che è inutile piangere sui cocci ma che, al contrario, bisogna raccoglierli e trasformarli in un’opera d’arte unica e preziosa. Ci ricorda che non si deve temere l’errore o l’imprevisto, perché fa parte della vita. Che ci si deve alleggerire dal peso dell’incessante tensione verso la perfezione. Bisogna lasciar correre, consapevoli che non solo ciò che è privo di imperfezioni ha valore. Perché, metaforicamente parlando, la vita è un continuo susseguirsi di vasi rotti e facendoli finire ogni volta nella spazzatura si finisce solo per diventare poveri.

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